Ogni mese, OVRSEA incontra mittenti e caricatori per discutere delle ultime novità nel mondo dei trasporti e della logistica e delle sfide di settore. Questa settimana il nostro team si è intrattenuto con Joseph Appert, amministratore delegato di Babymoov per il Nord America, azienda specializzata in puericultura che quest’anno festeggia il suo 25° anniversario. Joseph ci racconta i cambiamenti intervenuti nel pieno della crisi sanitaria e che hanno completamente stravolto la filiera dell'azienda e la sua visione del mercato logistico post-crisi.

Ciao Joseph, raccontaci di te

Ho una comprovata esperienza nel settore vendite e vivo a New York da parecchi anni ormai. In qualità di amministratore delegato di Babymoov per il Nord America, gestisco la logistica aziendale e mi occupo anche degli affari, dell’ottemperanza alle normative, del marketing e delle vendite e della supply chain. Fondamentalmente, da quando nel 2015 ci siamo stabiliti negli USA e in Canada, il mio ruolo consiste nel fare in modo che Babymoov diventi una realtà sempre più affermata sul mercato nordamericano.

Parlaci della logistica di Babymoov

Babymoov è una azienda internazionale che opera in tutto il mondo grazie ai suoi 5 magazzini: uno in Asia, due in Europa e due nel Nord America. La produzione avviene in Europa e in Asia. Occupandomi nel Nord America, gestisco direttamente anche i rapporti con l’Asia.

Vendiamo prodotti di diversa tipologia e genere. Da prodotti leggeri e facili da trasportare ad articoli più ingombranti e pesanti che richiedono una maggiore attenzione logistica. Un tempo spedivamo principalmente per via aerea ma negli ultimi tempi prediligiamo sempre di più il trasporto marittimo.

Quali sono le maggiori sfide da affrontare in questo periodo?

Sono piuttosto sicuro che, al momento, le sfide da affrontare siano comuni a tutti i settori. La pandemia e la gestione locale di questa difficile situazione hanno colpito duramente i reparti produttivi e le vendite. Ogni trimestre è diverso dal precedente: si è sempre attento e occorre prestare la massima attenzione. Nel nostro settore sono sempre di più i fattori esterni da tenere in considerazione perché fortemente impattanti per l’attività.

Negli ultimi due anni, i prezzi sono saliti alle stelle. Guardando i dati del primo trimestre 2022, le tariffe sono notevolmente aumentate rispetto all’anno precedente e questa discrepanza è ancora più visibile se raffrontata con i prezzi di due anni fa. In materia di ritardi, i ritardi raggiunti negli ultimi mesi non sono mai stati così lunghi prima d’ora e la qualità del servizio è peggiorata rispetto al pre-pandemia.

In fondo, ciò che determina il costo di un articolo sono tre elementi, no? Il prezzo delle materie prime, la manodopera che rappresenta il vero valore aggiunto di un prodotto e i costi di spedizione internazionali. E non entro proprio nel merito della logistica nazionale qui negli Stati Uniti sebbene anche i costi di quest’ultima siano aumentati nel 2021. Basti considerare che gli USA sono praticamente grandi quanto l’intera Europa.

Come hai reagito all’aumento dei costi e dei ritardi?

Bisogna cercare di anticipare il più possibile e di cambiare il modo di fare logistica. Prima della pandemia, si lavorava con una “produzione just-in-time” realizzando esclusivamente il quantitativo di merce di cui si aveva bisogno. Una soluzione ideale da un punto di vista logistico perché i costi di immagazzinamento e di stoccaggio erano inferiori. Ma questo era prima e all’epoca questo modo di fare funzionava bene.

Ora invece, data la situazione attuale, occorre un approccio diverso. Per ridurre al minimo i margini di errore, cerchiamo di anticipare le spedizioni di intere settimane e lavoriamo a stretto contatto con il nostro spedizioniere. Il mio consiglio è quello di cercare di controllare il controllabile e di avere quante più certezze e sicurezze possibili, ad esempio avendo un piccolo stock di ciascun articolo.

Anticipare le spedizioni e modificare di conseguenza l’organizzazione del lavoro che impatto ha?

Tendiamo a spedire meno frequentemente e con volumi maggiori. Prepariamo container misti, tendenzialmente grossi container inferiori ai 6 metri e contenenti diverse tipologie di prodotti. Solo così siamo riusciti a ottimizzare al meglio i costi.

Inoltre, abbiamo imparato a coordinarci meglio. Prima c’erano troppi intermediari: il produttore, lo staff del mio team che gestiva la comunicazione con il produttore e altro personale ancora che invece era in contatto con lo spedizioniere. Grazie a OVRSEA, il produttore ha ormai libero accesso alla piattaforma. Il che ci ha permesso una comunicazione più facile, snella ed efficace e una drastica riduzione degli intermediari.

Sul medio e lungo termine come pensi che affronterete queste nuove sfide?

Stiamo valutando di siglare un accordo definitivo anziché corrispondere puntualmente la tariffa concordata di volta in volta. Quando si lavora per una realtà grande e affermata, un contratto fisso è molto vantaggioso perché consente una maggiore visibilità sull’attività e una tariffa più competitiva. E avere una visibilità massima sul lavoro non ha prezzo.

Sul lungo termine, credo che uno spostamento degli impianti produttivi possa essere una buona soluzione che ci condurrà sicuramente a un approccio rinnovato. I ritardi non dipendono esclusivamente dai tempi di produzione. Spostare la produzione è a mio avviso una soluzione ragionevole considerato che per l'80% i nostri prodotti vengono venduti negli Stati Uniti. Perché mai dovremmo produrre resine dall'altro lato del mondo con parte dei materiali a loro volta di varia provenienza?

Leggi già The Good Shipper, la newsletter di OVRSEA dedicata agli Stati Uniti?

Sapere che OVRSEA è presente negli Stati Uniti e che ha lanciato una newsletter incentrata sul mercato statunitense, mi aiuterà sicuramente a tenermi aggiornato sulla situazione nazionale, cosa fondamentale per il mio lavoro. E poi è interessante, mi piace. Trovo che sia leggera, e di facile lettura, e che sia una risorsa davvero preziosa per noi mittenti e caricatori.